I rischi per il tecnico che si affida all’intelligenza artificiale nella progettazione della sicurezza nei cantieri

L’avvento dei chatbot e dei sistemi di intelligenza artificiale generativa sta modificando in profondità le modalità di lavoro di tecnici, progettisti e consulenti della sicurezza. L’IA, infatti, promette analisi più rapide, redazione automatica di documenti e perfino simulazioni di rischio in tempo reale. Tuttavia, dietro la potenza di questi strumenti si celano rischi professionali, etici e giuridici che non possono essere ignorati.
Affidare completamente al chatbot le scelte progettuali o di prevenzione significa delegare parte della propria responsabilità a un sistema che, per sua natura, non possiede consapevolezza, né garanzie di veridicità o aggiornamento normativo.


Quando l’errore diventa pericoloso

Il primo pericolo è quello più evidente: l’errore tecnico.
I chatbot, anche i più evoluti, generano talvolta risposte verosimili ma errate — le cosiddette hallucinations. Un testo apparentemente coerente può contenere citazioni normative inesatte, valori di calcolo alterati o riferimenti legislativi non aggiornati.
Nel contesto della sicurezza cantieri, dove una frase può incidere sulla corretta adozione di una misura preventiva o sulla definizione di un rischio residuo, un errore di interpretazione può trasformarsi in una condizione di pericolo reale.


Dati sensibili e riservatezza: il rischio invisibile

C’è poi il tema della tutela dei dati e della proprietà intellettuale.
Molti professionisti, durante l’interazione con il chatbot, immettono informazioni su opere, planimetrie, nominativi aziendali o dettagli di cantiere. Se la piattaforma non garantisce una gestione locale dei dati o non rispetta pienamente il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR), tali informazioni potrebbero essere archiviate, elaborate o addirittura riutilizzate per l’addestramento del sistema.
In altre parole, un input non filtrato può trasformarsi in una fuga di informazioni sensibili con conseguenze legali, economiche e reputazionali.


Responsabilità e normative: il nodo dell’AI Act

Il Regolamento Europeo sull’Intelligenza Artificiale (AI Act, Reg. UE 2024/1689), recentemente approvato, introduce una classificazione dei sistemi IA in base al livello di rischio.
Le applicazioni che incidono sulla sicurezza fisica o sulla gestione di infrastrutture critiche — tra cui la progettazione della sicurezza nei cantieri — rientrano nella categoria “ad alto rischio”.
Questo comporta obblighi stringenti di trasparenza, tracciabilità, sorveglianza umana e gestione del rischio.
Il tecnico che utilizza un chatbot per redigere un Piano di Sicurezza o per valutare una procedura antinfortunistica deve quindi assicurarsi che lo strumento impiegato rispetti tali requisiti e che la decisione finale resti sotto il controllo umano.

In caso contrario, qualora un errore dell’IA contribuisse a un incidente o a una violazione normativa, la responsabilità civile e penale ricadrebbe comunque sul professionista che ha omesso la verifica.


L’illusione della competenza automatica

Un rischio più sottile, ma altrettanto insidioso, è la sovrastima delle capacità del chatbot.
L’apparente precisione dei testi generati può indurre a considerare l’IA come un interlocutore esperto, capace di sostituire l’analisi tecnica o normativa.
In realtà, il chatbot non possiede conoscenza contestuale né aggiornamento continuo delle disposizioni locali: può ignorare una modifica recente del Testo Unico Sicurezza o un’ordinanza regionale, producendo elaborati non conformi.
La dipendenza tecnologica diventa allora una trappola: l’autorevolezza del professionista rischia di cedere il passo a un algoritmo privo di responsabilità.


Quando l’errore informatico incide sulla sicurezza fisica

Nei cantieri, la progettazione della sicurezza non è un atto teorico ma una pratica che incide direttamente sulla salvaguardia delle persone.
Una procedura antincendio redatta su base errata, un piano di evacuazione incompleto o una valutazione del rischio non conforme possono tradursi in incidenti concreti.
Se tali errori derivano da un suggerimento non verificato di un chatbot, il problema non è più informatico, ma etico e deontologico: il tecnico ha il dovere di controllare, validare e assumersi la responsabilità delle scelte operate.


Buone pratiche per un uso consapevole

L’intelligenza artificiale può rappresentare un valido alleato nella redazione di documenti tecnici, nella gestione della documentazione di cantiere e nel supporto alla formazione, ma solo se integrata in modo controllato e trasparente.
Ecco alcune linee di condotta raccomandate:

  1. Supervisione umana costante: ogni output deve essere esaminato, verificato e validato prima dell’uso operativo.
  2. Limitazione dell’uso: definire in modo chiaro il perimetro d’impiego del chatbot (supporto redazionale o consulenziale, mai decisionale).
  3. Protezione dei dati: evitare di inserire informazioni riservate; privilegiare piattaforme che garantiscono la non conservazione dei dati.
  4. Formazione specifica: conoscere i limiti e i bias del modello utilizzato.
  5. Preferenza per strumenti certificati: adottare soluzioni conformi alle norme del GDPR e dell’AI Act.
  6. Tracciabilità e audit: documentare l’uso dell’IA nei processi progettuali e prevedere revisioni periodiche.

Un futuro da costruire con prudenza

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta trasformando il mondo delle professioni tecniche. Tuttavia, la vera innovazione non consiste nel sostituire il ragionamento umano con l’algoritmo, ma nel potenziare la capacità del tecnico di decidere con maggiore consapevolezza e rapidità.
Il dialogo con un chatbot può essere un formidabile strumento di supporto, ma non deve mai diventare una delega di responsabilità.
Nella progettazione della sicurezza, l’errore non è un’opzione: e quando in gioco ci sono vite umane, l’intelligenza deve restare prima di tutto umana.