La morte di Stefano Luigi Cena, il giostraio di 64 anni aggredito durante la Sagra dell’Uva di Capena, non è soltanto una dolorosa vicenda di cronaca nera. È il sintomo di una fragilità strutturale che attraversa una parte del mondo del lavoro ancora poco visibile: quello dei lavoratori itineranti, dei giostrai, degli addetti alle fiere e alle manifestazioni pubbliche.

Dietro ogni festa di paese, dietro l’allegria delle luci e delle giostre, si nasconde un universo di professionisti che operano in condizioni spesso precarie, senza un’adeguata rete di tutele e di prevenzione. Stefano Cena stava semplicemente svolgendo il proprio compito: chiedere a un gruppo di giovani di pagare il biglietto prima di salire sull’attrazione. Un gesto ordinario, che avrebbe dovuto esaurirsi in un chiarimento, si è trasformato invece in un’aggressione brutale, costata la vita a un uomo e distrutto una famiglia.


Un rischio sottovalutato

La vicenda di Capena riporta al centro una questione troppo spesso trascurata: la sicurezza nei lavori di contatto con il pubblico.
Il D.Lgs. 81/2008 impone di valutare e gestire tutti i rischi connessi all’attività lavorativa, compresi quelli derivanti da comportamenti aggressivi o violenti. Tuttavia, nella realtà operativa di fiere, sagre e spettacoli viaggianti, questa forma di rischio raramente viene analizzata o formalmente inclusa nei documenti di valutazione.

Gli operatori a contatto diretto con il pubblico non ricevono, nella maggior parte dei casi, formazione specifica sulla gestione delle tensioni o dei conflitti, e lavorano in assenza di protocolli di intervento o di un presidio costante di vigilanza. Ciò li espone a un pericolo silenzioso, spesso sottovalutato, ma sempre più frequente in contesti dove la presenza di folle e il consumo di alcolici possono rapidamente trasformare un banale disaccordo in violenza.


Le responsabilità del sistema

Ogni evento pubblico comporta una rete di responsabilità condivise tra organizzatori, enti locali e operatori economici.
Il piano di sicurezza di una manifestazione non dovrebbe limitarsi alla gestione dei flussi, alle uscite di emergenza o agli impianti elettrici, ma includere anche la tutela del personale lavorativo.
La sicurezza di chi lavora dietro le quinte, infatti, è parte integrante della sicurezza complessiva dell’evento.
Trascurarla significa accettare che la festa possa trasformarsi in un luogo di rischio non solo per il pubblico, ma anche per chi quella festa la rende possibile.


Un comparto fragile e dimenticato

Il settore dello spettacolo viaggiante vive in un equilibrio precario.
Molti operatori sono formalmente autonomi, ma di fatto privi delle garanzie tipiche del lavoro subordinato. L’applicazione delle norme sulla sicurezza è spesso disomogenea, affidata alla buona volontà dei singoli o alle risorse disponibili del momento.
La tutela si concentra sugli aspetti tecnici – le verifiche delle strutture, la conformità degli impianti, le autorizzazioni – ma trascura la dimensione umana e relazionale del rischio, quella che oggi appare più evidente e più urgente.


Una riflessione necessaria per il futuro

Il caso di Capena impone una riflessione che va oltre la singola tragedia.
La sicurezza sul lavoro non può restare confinata ai cantieri o alle fabbriche: deve estendersi a tutti i contesti dove il lavoro si svolge in presenza diretta del pubblico.
Formazione, prevenzione e presidio devono diventare elementi centrali anche nei lavori “di piazza”, dove il confine tra svago e rischio è sottile e dove la tutela del lavoratore rappresenta, a pieno titolo, una questione di civiltà.

Solo riconoscendo il valore e la dignità di chi lavora in questi contesti si potrà evitare che episodi come quello di Stefano Luigi Cena restino relegati alla cronaca, invece di diventare l’occasione per un cambiamento reale nella cultura della sicurezza in Italia.